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Utente: beaUtrice
Nome: Bea

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LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
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allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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venerdì, 01 settembre 2006

MUTISMI: MOSCA-CONCERTO

Pensiero lesso su Fiorella Mannoia
 
L’ altra sera, ho ucciso un enorme moscone con il Baygon e mi sono sentita profondamente infelice.
Ronzava dentro e contro una lampada accesa e, per un attimo, ho avuto il timore che potesse essere un tafano. Per legittima difesa, gli ho spruzzato addosso 3 secondi buoni di veleno.
L’ ho visto indugiare e poi cadere a terra, strisciare, stordito, lungo il pavimento, finire in un angolo a contorcersi nella sua morte, la morte che gli avevo deciso.
In fondo, non mi aveva fatto niente, si poteva convivere, con muta complicità. Avrei potuto continuare a leggere anche con il rumore inquietante del suo brutto corpo nero che batteva sul vetro, ma tant’ è… Cercavo un silenzio che non potevo trovare.
Per incontrare la mia approvazione a quel moschicidio, mi sono raccontata che anche lui, però, avrebbe potuto restarsene fuori, in mezzo alla campagna, invece di tentar fortuna in casa mia. Avrei voluto rimproverarlo. O supplicarlo.
Con lui sono caduta anch’io, ho strisciato anch’io. Ho sentito- cadendovi- la profonda tristezza che portano con sé le cose. Il “volgere” e l’ “accadimento”. Il “fare” e la fine che gli è innata. 
La vita, in genere, con certi suoi pesi, di certo, non mi aiuta ad ammazzare mosche senza soffrirne. Ormai anche la più frivola delle futilità, in un momento sufficientemente difficile, mi turba in modo profondo e talvolta mi spinge, apparentemente e con mia grande sorpresa, ad una sorta di misticismo spicciolo che nemmeno io mi spiego . E ogni volta che mi capita, prometto a me stessa che, qualsiasi cosa accada, comunque vadano le cose, non diventerò MAI –mai e poi mai!- vegetariana. Prometto a me stessa di tenere per me questa precaria ed eccessiva sensibilità e di non farne mai una regola estendibile al mondo, ma piuttosto di custodirla, segretamente, come una malattia vergognosa auto-indotta. 
Le mosche mi fanno schifo, come i piccioni. E alcuni insetti di campagna mi gettano nella totale immobilità, mi paralizzano in un disgusto senza risoluzione, mi incatenano al paradosso senza scampo che è “l’ essere inorriditi da un insetto che vive, tanto quanto dalla possibilità di quello stesso insetto MORTO”.
Nessuno dovrebbe morire. “Non esserci” sarebbe il giusto compromesso. Poi penso a quanto schifo faccio io ad un piccione.
Non so da dove mi venga questo torpore-stupore. Mi stupisco della vita, come se fossi nuova di qui e, ad un tempo, sento tutto il torpore di chi vive da troppo. E la rassegnazione, talvolta.
Le peggiori disgrazie, le situazioni più misere, a volte, sembra non mi sfiorino. I fatti più lacrimevoli, spesso, mi raggelano; mi sorprendo in un cinismo insospettabile, se rapportato al senso pungente di sconforto e alla commozione immotivata che, altre volte, invece, mi nascono anche solo da un annuncio letto su un giornale locale. Anche solo da un concerto. Un concerto di Fiorella Mannoia.   La signora della musica italiana.
Perché, trenta volte che l’ ho vista quest’ anima da donna che sbuffa, si divincola ed esplode, metamorfosata in “faccia che sorride” ed ecco che mi ghigna un cantare, di nuovo, ogni volta come “nuovamente”.
Sotto il palco sono un nervo teso. Peso d’ allegria, strappata all’eccezione che è -che dovrebbe essere- un concerto. Ma mi getta la sua voce come un osso. E le luci sono un calcio ai miei occhi di casa, di bianchi libri. Occhi secchi.
Resto ad ascoltare. E dovrei essere sconfitta, consumata e sconvolta da certe asperità tangibili della mia vita fin qui e invece sono un sasso e sono intatta. Ma la sua voce –“quella” voce(!)- che è un qualcosa di lontano, neutrale come la Svizzera al proseguire della mia esistenza, mi disintegra. Quella voce che potrebbe fare a meno di me, della mia vita, mi sveglia alle cose. E’ una morte di mosca. Ed è proprio allora che mi sento impotente. E non “sempre” davanti a certe tristi mie cose, ma “in quel momento”, dietro a quella voce che è potenza.
Mi commuove il silenzio, la comprensione muta che vorrebbe “toccare”, per spiegare. Perché, allora, vorrei solo che la sua voce fosse fango. Per sentirla con le mani.
Mi stupisco della vita, come se fossi nuova di qui…
E’ una voce “da ricoprir di fiori e di insulti”. Avrei voglia di disperarmi, tacitamente, quando si abbassa, quando scava, in ginocchio, fra le righe e ne sgorgano parole, come un volo da sempre, senza un decollo, senza atterraggio.
Rimango profondamente turbata dal silenzio delle belle cose, dal silenzio di un concerto. E il più piccolo atto di quella voce viva può darmi un sobbalzo, un singhiozzo al cuore, freddo –solitamente- e incapace.
La folla, che respira intorno, è silenzio e potrebbe gridare, tanto resterebbe silenzio comunque; ogni cosa, sopra e sotto di noi, è silenzio e lo sarebbe anche se avesse parole.
Lo stesso concerto, stessa transenna sudata… Ogni volta, se non fosse eccessivo, potrei piangere un po’ per le canzoni che ho ad invecchiarmi i timpani e non piango mai per le cose che non ho a ringiovanirmi il cuore.
Vorrei vendicare tutte le mosche uccise e i sassi dei bambini in fondo ai laghi. Vorrei fare qualcosa. Qualcosa per me, per salvarmi… Perché mi sento ferita, in mezzo alla gente dei concerti e… “siamo noi – bella ciao- che partiamo”, mi sento ferita. E non si possono uccidere le mosche senza soffrirne.
Resta! Come 3 secondi di veleno. Con la tua voce d’ ombra che mi commuove più di una madre, più di certe tristi cose e gli occhi taglienti, un pugnale di “nonsochecosa” , di verdazzurra malinconia, con i gesti duri, di donna dura, così dura che potresti piangere, insieme a me, davanti al giovane grillo che ora mi guarda e trema.
testo pubblicato in allegato al Mucchio Selvaggio di luglio/agosto con sottotilo: La MIA Fiorella Mannoia. Bea si dissocia da questa scelta. Resti il fatto che Fiorella Mannoia, pur non essendo SUA (di Bea), rimane la migliore interprete italiana.  

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